CAFFÈ CULTURALE

Rassegna stampa, commenti, idee, ecc.


40 esperti di tutto il mondo provano a immaginare il dopo-pandemia sul programma Sky, “Idee per il dopo”, condotto dal direttore Giuseppe De Bellis.

Caffè culturale stampa commenti ideeCosa ha significato per ognuno di noi sotto il punto di vista psicologico la drammatica emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19? Quali trasformazioni hanno dovuto subire la nostra vita quotidiana, le relazioni socio-affettive e il mondo del lavoro? E soprattutto cosa ci aspetta dopo la fine dell’emergenza: si tornerà esattamente alla nostra vita di prima o quei comportamenti a cui siamo stati obbligati – nella prevenzione, nella mobilità urbana, nell’organizzazione del lavoro, ecc. – si manterranno almeno parzialmente anche dopo la fine della minaccia del Coronavirus? Per tentare di rispondere a queste domande il canale televisivo Sky (canale 50 del digitale terrestre) ha messo in onda la trasmissione “Idee per il dopo”, articolatasi in dieci puntate. In essa di volta in volta scienziati, docenti, saggisti, scrittori, italiani e internazionali vengono intervistati – in collegamento on line – dal direttore di Sky Tg24, Giuseppe De Bellis.
Al fine di agevolare la riflessione su quanto di estremamente interessante è stato detto da tutti loro sulle questioni più cruciali, si è pensato di riportare in forma testuale, raggruppate per argomenti, alcune tra le più importanti e significative osservazioni degli ospiti (non senza a volte qualche vena polemica, specie nei confronti degli Stati Uniti e del suo presidente uscente).

Quali effetti ha avuto la pandemia nella nostra psicologia e nella nostra visione della vita? Nella 3a puntata, per Carlo Rovelli (Docente di Fisica Teorica all’Università Aix-Marseille, in Francia) la pandemia ci fatto prendere coscienza della nostra fragilità. Alla stessa maniera Francesco Starace, Amministratore Delegato di Enel, nella 5a puntata la considera come una pausa di riflessione ed usa la metafora della “safety car”, l’auto dei commissari delle gare di Formula 1 che congela temporaneamente la gara tra le auto in corsa costringendole a rimanere in fila. Per lo scrittore e imprenditore Andrew Keen, (2a puntata) critico del mondo delle tecnologie digitali, “…quello che la crisi ha fatto è solo ricordarci com’è vivere in un mondo in cui non esiste alcuna interazione fisica. Ci ha ricordato il valore dei ristoranti, dei bar e della vita urbana. Ci ha ricordato, in quanto esseri umani, che quello che desideriamo di più al mondo è l’interazione fisica…”. E con lui si ritrova praticamente d’accordo anche il futurologo Alec Ross, autore del libro “Il nostro futuro” che nella 1a puntata osserva come lo smartworking ci ha fatto guadagnare tempo, ma ci ha privato dei contatti sociali: “…secondo me i danni psicologici saranno notevoli. Molti di noi, in parte si sono formati psicologicamente in rapporto alle amicizie al lavoro e a quelle fuori dal lavoro. La misura in cui questi contatti vengono limitati in questo periodo, credo abbia degli effetti psicologici interessanti a lungo andare…”. Anche per Alessia Melegaro (4a puntata), Direttrice della Covid Crisis Lab dell’Università Bocconi di Milano, vi è stato un grande impatto sulle relazioni sociali che continuerà anche in futuro: “Questa maggiore consapevolezza che si è sviluppata in questi mesi e che verrà sviluppata anche nel prossimo periodo, immagino che indurrà le persone ad avere dei comportamenti un pochino più precauzionali diciamo, quindi sapendo che le persone sono la fonte del contagio e fanno parte di queste catene di contagio chiaramente il comportamento verrà cambiato…”. Per lo scrittore Douglas Murray (2a puntata) “ci ricorderemo quali legami e contatti hanno veramente significato per noi. In particolare quali sono le persone più vicine a noi. Nonostante abbiamo migliaia e migliaia di contatti, ci renderemo conto di chi sono le persone che amiamo davvero, che vogliamo avere vicino e di cui vogliamo prenderci cura. Credo che lo abbiamo re-imparato tutti nelle ultime settimane e non è un male”.
Sempre nella 1a puntata, Gianpiero Petriglieri (Docente di Organisational Behaviour all’ INSEAD, in Francia) rivela come nel corso del lockdown, le persone chiuse in casa si siano sovraccaricate di lavoro per non pensare ai pericoli della pandemia. Per gli psicologi del lavoro è un comportamento noto come “panic working” una reazione mentale per allontanare l’ansia che in tempi normali è tipico ad es. dei lavoratori precari. E il lavoro virtuale, da casa, viene spesso vissuto come “meno sicuro”. “…E quando il lavoro è sia virtuale sia ansiogeno, che provoca ansia, è normale che tendiamo a reagire all’ansia con una compensazione, con cercare di fare di più per raggiungere il collega che non vedo nell’ufficio di fronte ma con cui devo parlare su zoom, per dimostrare al cliente che faccio qualcosa di valore per non perdere il mio contratto… chi lavorava nella precarietà il panic working lo conosce benissimo: il lavoro come questione di vita o di morte. Adesso la riconosciamo tutti, prepariamoci ad imparare a gestirla, saremo tutti professionisti nomadi, verremo fuori da questa crisi con un’accelerazione di un trend che era già cominciato: molto attaccati al nostro lavoro, non necessariamente attaccati per la vita all’organizzazione e alle istituzioni. E alcuni ne soffriranno, per alcuni il professionismo nomade è sicuramente una minaccia, e per alcuni un’opportunità…”. Anche questo dato la dice lunga sulla consapevolezza della propria fragilità esistenziale che la pandemia ha fatto emergere in tutta la sua evidenza, ma che in realtà, come i problemi della globalizzazione – osserva ancora Gianpiero Petriglieri – era latente da almeno una ventina di anni.

I leader politici si sono dimostrati all’altezza nella prevenzione e nella gestione dell’emergenza? Anjana Ahuja, editorialista scientifica del Financial Times, nella terza puntata osserva che l’emergenza è giunta come un evento inaspettato poiché il mondo si aspettava sì una pandemia ma di tipo influenzale, dunque più leggera e gestibile. Con lei si trova praticamente d’accordo nella 4a puntata anche Megan Greene (docente alla Harvard Kennedy School) secondo la quale la pandemia era un evento imprevedibile.
Non la pensa così tuttavia lo scrittore David Quammen (4a puntata) che sostiene come il mondo si aspettasse realmente un evento così grave ma non ha saputo o voluto prepararsi adeguatamente: “Sapevamo che avrebbe richiesto miliardi di dollari per essere davvero pronti ed era una grossa spesa, ma ora stiamo perdendo svariati miliardi di dollari in più, a causa della reazione tardiva. Possiamo incolpare solo noi stessi per aver causato la trasmissione e non esserci fatti trovare pronti nel contenerla una volta avvenuta…”. Anche Lawrence Wright, giornalista e autore del romanzo profetico “Pandemia”, sempre nella 4a puntata è d’accordo circa il fatto che gli scienziati sapevano che prima o poi sarebbe accaduto e che il mondo avrebbe potuto e dovuto prepararsi meglio. In ogni caso una volta manifestatasi l’emergenza – osserva nell’8a puntata Moises Naim, ex direttore esecutivo della Banca Mondiale, autore del libro “La fine del potere” – non tutti i governi hanno affrontato la pandemia con la stessa efficacia. Mentre alcuni Paesi, come Nuova Zelanda e Germania, hanno affrontato bene la crisi sanitaria, altri, come Stati Uniti, Brasile, Messico, Russia, hanno risposto in maniera tardiva e inadeguata, politicizzando la crisi e peggiorando la situazione. E nelle medesima puntata, Andrew Ross Sorkin, editorialista del New York Times, sostiene che negli Stati Uniti e in alcune parti d’Europa si è dissolta la fiducia dei cittadini non solo verso i governi e le istituzioni, ma anche verso il sistema capitalistico delle aziende perché non sembravano rendersi realmente conto della gravità della situazione.
Diversi leader politici sia in Usa che in Europa hanno paragonato la pandemia a una guerra, ma osserva Gianpiero Petriglieri nella 1a puntata che questa è una similitudine pericolosa, perché induce a consegnare più potere ai leader, mentre invece c’è bisogno del lavoro degli scienziati e di un’attività di cooperazione internazionale: “..È rischiosissimo perché la guerra mette i leader di una popolazione in una mentalità di competizione, in una mentalità di vinco io, vinci tu, mentre una crisi sanitaria globale non è una guerra. Non c’è il nemico, non c’è il cattivo nelle caverne da andare a scovare, non c’è la vendetta, non c’è il confine da proteggere, siamo tutti esposti ma a un’ansia non di un attacco di un nemico ma a un’ansia esistenziale, per cui una crisi globale non si risolve con la guerra ma si risolve con la cura… Qui abbiamo bisogno del clinico, dello scienziato, di quello che abbiamo denigrato per decadi, il noiosissimo manager che organizza una risposta capillare, che coordina, che controlla, che guarda i dati, che guarda la scienza, prende magari delle decisioni difficili… Tutto questo noi lo abbiamo diminuito con il culto della leadership che ci ha intossicato e che ci ha sedotto negli ultimi trenta/quaranta anni e adesso ne paghiamo il prezzo… È un momento rischiosissimo perché io non vedo tanta leadership quanto tanto leaderismo, per cui questo è un accentuarsi rischiosissimo di questo impulso di cercare il leader che ci risolva tutti i problemi. Il leader come cura miracolosa, il leader come vaccino, quando abbiamo bisogno più che altro delle istituzioni…”.
Per un altro verso Cedric Villani, nella doppia veste di matematico e parlamentare francese ha dichiarato nella 3a puntata che “personalmente è la prima volta nella mia vita che vedo il parametro matematico di alcune equazioni come oggetto di discussione dei politici di tutto il mondo…”. Le autorità si sono avvalse di previsioni statistiche, e, continua Villani, “per una buona ragione, alla fine, quello che ha indotto tutti i paesi o gran parte di essi a sancire il lockdown è stata la paura che il sistema sanitario fosse invaso e ci si è chiesti quante persone fossero infette in un determinato momento…”. Sempre nella 3a puntata il filosofo Brennan Jacoby (fondatore di “Philosopy at work”) ha osservato che i problemi complessi come nello specifico la gestione dell’emergenza sanitaria, costringono anche i politici a porsi domande per superare la crisi, affidandosi quindi agli scienziati. E Jill Lepore, docente di storia all’Università di Harvard, nell’8a puntata ritiene “che i paesi che permettono agli scienziati di fare il loro lavoro e di comunicare direttamente con il popolo senza passare per le macchinazioni di un sistema di partiti polarizzato siano quelli in cui le cose sono andate meglio. In effetti è la politicizzazione della scienza, sia da parte della destra che della sinistra, che negli USA ha suscitato l’incapacità di gestire la pandemia”.
Anche Giorgio Metta, Direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia IIT, osserva nella 5a puntata che la risposta all’emergenza è stata una collaborazione più rapida tra il settore pubblico e quello privato: “Una risposta con dei tempi che non abbiamo mai visto. Banalmente, semplicemente, trovare gli accordi tra noi, Istituto di Ricerca, e i privati l’abbiamo fatto in mezza giornata, cose che normalmente avrebbero richiesto passaggi di carte di settimane, sono diventati tutti processi più veloci perché c’era proprio questo spirito di collaborazione” e continua sostenendo come nonostante la scienza non abbia una risposta certa per ogni cosa, anzi abbia diverse risposte probabili, essa rimane l’unica strada maestra affinché i politici possano prendere le loro decisioni, il più possibile informate e bilanciate.
Un po’ di “sana umiltà” da parte delle autorità del resto li ripaga anche in termini di fiducia da parte dei cittadini, come sembra voler dire Thomas Pueyo, vice presidente per la crescita a «Course Hero» che all’inizio del marzo scorso ha scritto un articolo sul coronavirus letto da più di 24 milioni di visitatori nelle prime 72 ore dopo la sua pubblicazione in rete. Nella 2a puntata sostiene che “le persone seguono i leader perché comprendono la situazione e quello che è necessario fare. Credo sia questo il compito di chi comanda, creare le circostanze adatte perché i singoli possano essere responsabili e fare la cosa giusta… Quindi le persone sanno fare la cosa giusta se gli viene spiegata la situazione”. Amy Edmonson (docente di Leadership presso la Harvard Business School) nella 6a puntata conferma che i leader che ispirano più fiducia sono quelli che parlano alla gente con più sincerità, realismo e comprensione. Del resto lo scrittore e giornalista Douglas Murray, osserva nella 2a puntata “che quando un politico ammette di aver fatto una scelta sbagliata, molti paesi non la vedono come una brutta cosa. Sto pensando al presidente francese Macron che ha ammesso pubblicamente davanti alla Francia quello che la sua amministrazione ha sbagliato nei primi giorni della crisi, non mi sembra che sia un fatto negativo. Anzi. Dimostra che in molti paesi c’è molta più fiducia nella classe dirigente di quanto pensiamo. La popolazione francese si è resa conto che i governi stanno facendo del loro meglio per far fronte a delle circostanze difficili…”.

A causa del lockdown quali trasformazioni hanno dovuto subire la nostra vita quotidiana, le relazioni socio-affettive e il mondo del lavoro? Come tanti scienziati e intellettuali anche Brennan Jacoby nella 3a puntata è dell’idea che le crisi si rivelino delle opportunità, delle sfide che costringono a trovare nuove soluzioni creative. E la prima soluzione è stata ovviamente l’uso massiccio delle tecnologie digitali, il cosiddetto “smartworking” o “lavoro agile” soprattutto da casa (ma non solo). A differenza del vecchio classico telelavoro, sottoposto a vincoli di orari e alla propria residenza, e fondato soprattutto sui collegamenti testuali (come l’invio di documenti ed e-mail) esso si avvale anche di riunioni virtuali e in videoconferenza (esattamente come nel programma di Sky). Francesco Starace, AD dell’Enel, ha messo in smartworking 37.000 dipendenti, e nella 5a puntata osserva come usando franchezza nella comunicazione, si è accorto che il lavoro in rete aumenta la capacità di ascolto. Nella nona puntata gli fa eco Sabina Nawaz (Global Ceo Coach) che ha notato che “quando ascoltiamo qualcuno in video, quindi per definizione siamo costretti a parlare a turno, ci sono meno discussioni accese e tutti sono più coinvolti in quella riunione in particolare. Sono rimasta sorpresa durante la prima consulenza, con gli amministratori delegati dopo il Covid, che ho dovuto tenere online. Non sapevamo come sarebbe andata e uno dei commenti che ci hanno fatto alla fine è che è andata meglio di una sessione fuori sede. Sono rimasta senza parole. Quando ho provato ad approfondire la questione, ho scoperto che era dovuto al fatto di parlare a turno, perché dovevamo essere più consapevoli delle strutture, dei processi con cui si lavora di persona prima di iniziare”. Sicuramente è anche per questo che secondo un’indagine del Politecnico di Milano il 76% dei lavoratori si dichiara soddisfatto di lavorare in smartworking. Gideon Lichfield (Direttore della MIT Tecnology Review), esperto di innovazione, osserva nella 1a puntata come lo smartworking si dimostra efficace, se non di più in termini di produttività: “probabilmente crescerà l’uso delle videoconferenze, delle conferenze virtuali e delle riunioni virtuali perché ci stiamo rendendo conto che alcuni degli spostamenti che compievamo non erano necessari e penso che questo possa essere un fatto positivo… Questo può comportare che invece di avere più mezzi di trasporto ci sarà più lavoro da remoto, orari più flessibili, lo smart working diventerà la norma”.
Anche Carlo Ratti, Direttore del MIT Senseable city lab, nella 1a puntata, ritiene che lo smartworking potrà avere un impatto positivo anche per evitare l’affollamento dei mezzi pubblici. In questa situazione di emergenza – osserva nella 2a puntata Francesca Gino (Docente presso la Harvard Business School) – i responsabili delle aziende sono stati costretti a trovare nuove soluzioni creative e innovative per la sicurezza dei lavoratori, e lo smartworking si è presentato come una soluzione a portata di mano, anche se la sua nascita risale a diversi anni fa. Luciano Floridi (direttore del Digital Ethics Lab, Università di Oxford) ha infatti coniato il neologismo “onlife” come equilibrio ideale tra la vita reale e quella digitale, una sorta di bilanciamento che possa conciliare entrambe. Nella 6a puntata osserva infatti come già prima dell’emergenza ci eravamo spostati troppo verso la digitalizzazione. Lo smartworking adottato su larga scala nel corso del lockdown può dimostrarsi un ottimo strumento per recuperare una comunicazione più umana ed empatica.
Una voce decisamente “fuori dal coro” è al contrario quella di Brunello Cucinelli, imprenditore e stilista, che nella 5a puntata dichiara di non amare lo smartworking, ribadisce l’importanza delle relazioni fisiche e reali all’interno delle aziende, e dunque attende la fine dell’emergenza per ritornare alla precedente condizione di “fisicità”. In realtà anche altri commentatori – come già Luciano Floridi – sottolineano il rischio di un eccessivo spostamento verso la dimensione digitale nel mondo del lavoro, ancor più in tempi di pandemia, e prevedono o perlomeno auspicano, un riequilibrio tra le interazioni analogiche, cioè fisiche, e quelle mediate dalle connessioni on line. Lo scrittore Andrew Keen nella 2a puntata prevede un iniziale trionfo del digitale, quindi un ritorno del predominio dell’analogico, cioè delle relazioni umane più autentiche: “Penso che man mano che la crisi si risolverà, la gente tornerà alla normalità. Inizierà ad apprezzare di più il valore dell’analogico e del fisico. Quindi l’effetto di questa crisi non è soltanto accelerare il trionfo del digitale. Questo succederà, soprattutto a breve e medio termine; alla lunga provocherà il contrattacco dell’analogico e ci renderemo conto che molti di noi non vogliono vivere in forma digitale. Vogliono tornare al mondo fisico…”. Infine nella 6a puntata sia Amy Edmonson che Symon Kuper (collaboratore del Financial Times) si dichiarano d’accordo con Luciano Floridi sul raggiungimento futuro di un equilibrio tra lavoro digitale e reale lavorando parte del tempo a casa e parte negli uffici a contatto coi colleghi.
Ma secondo più di una voce una mutazione che può costituire un rischio per il futuro delle città è costituito dal commercio on line che è cresciuto enormemente nel periodo del lockdown. Andrew Keen osserva che “la vera sfida è riuscire a reinventare il commercio al dettaglio, i beni alimentari, l’abbigliamento, lo shopping. L’era post-pandemica offre grandi opportunità agli imprenditori e spero che Amazon non domini tutto, che la città del futuro non debba fare a meno dei negozi. Perché lo shopping è il cuore dell’esperienza urbana”. E sempre nella 2a puntata Thomas Pueyo si domanda: “Il problema è che se tutti restano a casa per lo smart working, che ne sarà dell’esperienza comune che si avrebbe per strada. Al momento gran parte della socializzazione è nello shopping. Se lo perdiamo, cosa succederà? Come interagiremo con le persone? È un problema irrisolto che preoccupa anche me…”. Helle Soholt, direttrice dello Studio d’Architettura Gehl, nella 6a puntata è più chiara: “Lo shopping online è in crescita da 10 anni e ora sta solo accelerando a causa della crisi attuale. Stiamo lottando contro la scomparsa delle vie dello shopping, delle aree pedonali e così via da molto tempo, almeno 10 anni. Abbiamo assistito all’organizzazione, alla centralizzazione del commercio nella città principali, mentre in alcune di quelle più piccole il commercio è lentamente scomparso… il livello di attività nei centri urbani tradizionali è diminuito di una percentuale altissima, compresa tra il 60-90% in questi ultimi due mesi. Questo dipende anche dalla monocoltura, dal fatto che ci siano troppe strade e troppi spazi pubblici adibiti a un unico scopo. Vale a dire lo shopping ormai non funziona più, ma non è solo colpa del Covid, è un problema che fa parte da tempo della nostra società abbiamo bisogno che gli spazi siano molto diversificati e soprattutto che comprendano varie attività abbastanza solide da resistere il corso di una giornata, di una settimana o di un anno intero in difficoltà”.

Tecnologie digitali e libertà individuale: un binomio insanabile? Se per alcuni commentatori come Cucinelli o Keen il “calice” delle tecnologie digitali è amaro e lo si deve bere il meno possibile, per Amy Edmonson (6a puntata) non si possono separare persone e tecnologie e “la vera domanda è come gli individui interagiranno con la tecnologia, come il nostro bisogno di conoscenza e di collettività, e la nostra capacità di creare, verranno influenzati dall’imperfezione di questi due fattori”. Anche Gideon Lichfield (1a puntata) è d’accordo sul fatto che ormai siamo troppo dipendenti dalle tecnologie digitali e dall’Intelligenza Artificiale, come ad esempio in campo medico: “Quello che conta non è la tecnologia, ma sapere come usarla nel modo più corretto e avere dei governi che siano tecnocraticamente capaci e che siano in grado di comprendere le potenzialità della tecnologia nella scienza e come applicarla”.
Il problema è anche quanto spazio dobbiamo concedere alle tecnologie nella nostra vita, o come dice Keen nella 2a puntata “fino a che punto dobbiamo essere controllati? In quale momento? Gli smartphone diventano un occhio su di noi. Fino a che punto possiamo mettere in pericolo la nostra privacy e segretezza…”. Un esempio legato all’emergenza è l’utilizzo delle App di tracciamento degli eventuali contagi. Luciano Floridi (6a puntata) osserva che esse possono funzionare “soltanto se c’è un altissimo livello di fiducia in chi gestisce queste tecnologie… queste app sono state presentate da alcuni governi e alcuni politici come assolutamente necessarie, la soluzione, quello che ci salverà, quello che ci porterà ad appiattire la curva e a entrare in una seconda fase: non è vero. Quello che queste app possono fare è dare una mano, a volte anche piccola, ma buona e importante, una strategia complessa che è fatta di medicina e misure sociali, come abbiamo visto intorno a noi…. non mettiamo su questa app delle speranze che sono del tutto ingiustificate. Saranno la medicina e le misure sociali che potranno fare la differenza”.
Sempre nella stessa puntata, Simon Kuper, scrittore e collaboratore del Financial Times, sospetta che molti, specie in Italia e in Francia rifiuteranno non solo l’app ma anche il vaccino perchè non avranno fiducia nei governi, anche se è “convinto che [l’app] sarà l’unica che verrà monitorata dai governi e su cui i parlamenti metteranno delle regole”. Per quanto riguarda poi la questione della privacy e della propria libertà individuale, il medesimo Kuper osserva che vi abbiamo già rinunciato 15 anni fa con lo sviluppo di Internet e dei giganti del web. Cedric Villani nella 3a puntata fa notare “che esistono già molti database nel sistema sanitario che raccolgono informazioni sulla salute, spesso in condizioni di sicurezza informatica che non sono il massimo. Ci sono molti più rischi in queste tecnologie preesistenti che in quelle nuove”. Anche Luciano Floridi afferma che subiamo ormai la pressione sia dello Stato da una parte, sia dei giganti del web dall’altro: “Tra i tech giants da una parte e i governi dall’altra ci troviamo un po’ schiacciati e inevitabilmente saremo noi forse a pagare un po’ il costo di questa situazione. Quello che vorrei, i cittadini, un po’ ovunque, facessero la società civile e pensare a quello che vogliamo ottenere appena usciamo da questa crisi. Non siamo in un posto in cui ci piace essere e quindi, quando usciremo dalla crisi, per favore cambiamo le regole del gioco e facciamo sì che la fiducia che diamo allo stato, quando vogliamo, e alle aziende, quando vogliamo, sia bilanciata l’una nei confronti dell’altra”.
Il futurologo Alec Ross nella 1a puntata osserva che ad una maggiore tecnocrazia corrispondono meno libertà personali, e che l’Italia e l’Europa dovrebbero cogliere l’occasione dell’emergenza e del conseguente sviluppo delle app di tracciamento per ridefinire un nuovo modello di privacy: “In questo momento ci sono due paradigmi per quello che chiamiamo l’uso dei dati nelle questioni sulla privacy. Il primo è il modello cinese, l’altro quello americano. In quello cinese il governo è in grado di usare la tecnologia per sorvegliare la popolazione e monitorare e tenere sotto controllo tutte le comunicazioni. Ci sono 300milioni di telecamere solo in Cina. Negli Stati Uniti c’è soltanto un gruppetto di ragazzi ventenni-trentenni della California che ha tutto questo potere. Quindi, se io sono italiano, se sono europeo e non voglio né il modello cinese – con le autorità che controllano le informazioni – né tantomeno quello americano – con le singole multinazionali che cercano solo di fare soldi, che hanno accesso illimitato ai miei dati e alle mie informazioni personali – sono convinto che questa sia una grande opportunità per dare vita a un nuovo modello europeo o italiano di come approcciarsi a questo tema….”

Infine la domanda fondamentale: che aspetto potranno avere il lavoro, le città, la politica internazionale, dopo che l’emergenza sarà cessata? Insomma come sarà la nuova normalità, o “new-normal”? Tutti gli ospiti – sulla base di tutte le loro osservazioni – sono sostanzialmente d’accordo sull’affermazione esplicita di Francesca Gino, nella 2a puntata, che quest’emergenza non sarà una semplice parentesi priva di mutamenti durevoli, in quanto il “dopo” sarà in qualche maniera diverso dalla nostra vita prima della pandemia. E Megan Greene nella 4a puntata afferma che “la risposta della politica in tutto il mondo è stata quella di mettere l’economia nel congelatore per un paio di mesi mentre conteniamo il virus e l’idea è che si possa tirare fuori e scongelarla una volta che il virus sarà stato debellato… ma penso che l’idea che si possa scongelare l’economia e tornare alla normalità sia fuori discussione…”. Non tutti però pensano che le trasformazioni saranno positive. La medesima Megan Greene ad es. teme che la crisi economica possa rivelarsi anche più pesante della famosa Grande Depressione.
Per Francesco Starace (5a puntata) – e non solo per lui ma anche ad es. per Alec Ross nella 1a puntata – la pandemia ha accelerato trasformazioni che erano già in atto in precedenza, non solo in campo economico ma anche culturale come la presa di consapevolezza che tutti i problemi si dimostrano interconnessi e dunque sarà essenziale cooperare tutti insieme a livello globale. Riccardo Sabatini, scienziato e imprenditore, nella 4a puntata dà per scontato che in futuro vi saranno altre pandemie e dunque sarà necessario tenere in alta considerazione la ricerca scientifica: “L’informazione genomica è la chiave del futuro dell’evoluzione del virus, della capacità di costruire vaccini, di difenderci in maniera predittiva, rispetto anche alle future mutazioni. Di fondamentale importanza, ormai è uno strumento che usiamo costantemente”. Anche David Quammen (4a puntata) è convinto che in futuro vi saranno altre pandemie in quanto la diffusione dei virus è strettamente correlata allo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali. Lo scrittore porta come esempio “i minatori che vanno nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo e che estraggono il coltan per farci usare i cellulari. Queste persone vengono a contatto con la fauna locale perché non ci sono altre proteine disponibili, quindi se possediamo un cellulare, gli stiamo chiedendo di andare in quei posti ed esporsi a quei virus…”. Quindi, in un certo senso, anche le nostre scelte economiche sono responsabili delle pandemie. Vediamo comunque come si sono espressi i numerosi esperti sulle differenti tematiche.

Emergenze climatiche e ambientali. Diversi ospiti hanno raccomandato di non dimenticare le emergenze climatiche e ambientali, le quali richiedono una collaborazione globale. Carlo Rovelli sostiene nella 3a puntata che “la pandemia è un’avvisaglia ma noi sappiamo che di problemi seri l’umanità ne incontrerà parecchi nel prossimo futuro. C’è il riscaldamento climatico, c’è la crisi ecologica globale, se ci mettiamo gli uni contro gli altri, l’umanità va dritta contro il muro. Se da questa fragilità capiamo che possiamo uscirne tutti insieme, collaborando, si è visto, diciamo. Tutto ciò che siamo riusciti a fare è perché c’è un sapere condiviso e perché le risorse sono state messe in comune, allora c’è una speranza per l’umanità. Io direi: siamo tutti sulla stessa barca, se litighiamo la barca affonda, se riusciamo a lavorare insieme, mettendo insieme le risorse e i saperi, l’umanità ha un futuro possibile…”. Anche per Starace “non è vero che siccome abbiamo avuto una crisi, c’è una crisi economica allora si può fare finta di niente. Sarebbe una sciocchezza perché è in ogni caso conveniente affrontare la crisi climatica, anche dal punto di vista economico. Dobbiamo semplicemente capire che i sistemi sono interconnessi e che un’attività a livello globale può essere fatta con trasparenza e comunicazione efficace e non negando l’evidenza, come purtroppo abbiamo visto disastrosamente alcune parti del mondo hanno fatto con il Covid-19… se c’è un messaggio che viene da questa crisi è che un sistema unito e coeso, e che comunica in maniera efficace, è in grado di risolvere un problema globale più di un sistema frammentato che addirittura fa finta di niente. Allora se noi prendiamo questa logica che è molto evidente con la crisi del Covid-19, e la espandiamo alla crisi climatica, capiamo che c’è solo una strada per risolvere quel problema ed è quello di essere coesi, non negare l’evidenza e agire in maniera tempestiva tutti insieme…”. In realtà la pandemia ha aggravato una crisi del mercato petrolifero che era già silenziosamente in atto prima del 2020, promuovendo quindi un’accelerazione della transizione verso le energie verdi, come affermato nella decima puntata da Claudio Descalzi, AD di ENI: “noi abbiamo già trasformato due raffinerie in green refinery quindi in raffinerie verdi, che non hanno come input il petrolio o il gas. Questo dovrà essere accelerato, dal nostro punto di vista, dalle fluttuazioni di un mercato estremamente volatile. Come ripeto, non è stato il Covid, il Covid lo ha enfatizzato ma ormai sono 6 anni che tutta la parte oil&gas è entrata in una spinta di volatilità…”. E Cedric Villani auspicando una cooperazione internazionale da parte di tutti i politici, afferma nella 3a puntata che “è impossibile avere un’umanità sana senza un pianeta sano. Bisogna prendere in considerazione questo aspetto in futuro, prendendo sul serio, gli avvertimenti dell’ambiente, lavorando seriamente per limitare al minimo le emissioni di carbonio per preservare la biodiversità, per riflettere sul serio su tutti gli sprechi che ci sono nel mondo e per preservare le preziose risorse naturali che abbiamo in comune…”.

Globalizzazione e politica internazionale. Gianpiero Petriglieri nella 1a puntata avverte che, così come avvenuto per la questione del cambiamento climatico potrebbe avvenire una contrapposizione tra atteggiamenti individualisti da un lato e una posizione di visione collettiva, ma si potrà uscire dalla crisi solo con la solidarietà internazionale: “…Sono uguali, il coronavirus è il cambiamento climatico globale in fast forward. Sono entrambi crisi globali, sono entrambi intensificati dalla nostra inerzia e dalla demagogia, e sono entrambe crisi da cui se ne esce tutti insieme. Non soltanto con i sentimenti, ma anche con le misure, le politiche pratiche. O se ne esce più umani, o non se ne esce per niente…”. I primi segnali di un atteggiamento dei governi in senso individualista e “di chiusura” del resto sembrano già presentarsi con la “gara” tra organizzazioni farmaceutiche, sostenuti dai governi, per la preparazione di un vaccino efficace, visto che tale traguardo potrebbe dare un vantaggio strategico, non solo economico per le industrie farmacologiche, ma anche politico per gli Stati che le sovvenzionano, come sottolineato da Gideon Lichfield (sempre nella 1a puntata) che parla di una vera e propria competizione nazionalista. Anche Paul Berman (1a puntata) osserva che si sta assistendo ad una contrapposizione tra la scienza e la politica nazionalista, perché la scienza è per sua natura internazionalista. E Alec Ross, sempre nella medesima puntata, osserva che “c’è Donald Trump, che è nazionalista e tribalista, e francamente se scoprissimo un vaccino negli Stati Uniti, l’azienda che lo ha sviluppato potrebbe dover opporsi al loro presidente per assicurarsi che quel vaccino possa circolare in tutto il mondo…”.
Sono parecchi gli ospiti delle 10 puntate a temere che il mondo diventerà meno globalizzato, meno aperto e più chiuso suddiviso fra tanti nazionalismi. Tra questi sempre il futurologo Alec Ross afferma che “…l’America è un Paese altamente individualista, è nella nostra cultura, non abbiamo la stessa mentalità che si vede a Singapore, in Corea del Sud o anche in altri Stati europei, dove le persone accettano di rinunciare ad alcune libertà individuali per il bene collettivo…”. Paola Antonelli (curatrice del Dipartimento di Architettura e Design del MoMa, New York) nella 5a puntata gli fa eco affermando che in America “essere cortesi, generosi, gentili viene considerato un segno di debolezza”, e teme che accanto ad una crisi economica si vada verso una crisi della democrazia. Anche altri ospiti della trasmissione – come gli scrittori Andrew Keen (2a puntata) e Lawrence Wright (4a puntata) – temono il rischio di minor libertà e maggior autoritarismo all’interno dei paesi democratici come sostiene lo stesso Wright: “Secondo me ci sarà meno libertà, penso che un grosso errore che possiamo fare, e che forse faremo, è quello di immolare gran parte della nostra privacy e consegnare ancora più potere nelle mani del governo. Una volta che il governo ha ottenuto il controllo, perché glielo abbiamo concesso noi, è difficile fare in modo che vi rinunci. Lo abbiamo visto dopo l’11 settembre in America. Quindi il mondo del futuro sarà meno libero, più autoritario e credo che ci sarà in generale meno privacy..”. Anche Moses Naim nell’8a puntata osserva che “storicamente quando ci sono state crisi come questa c’è stata una propensione autoritaria che appare importante e che è una minaccia in questo momento che stiamo vedendo in certi Paesi. Governi che usano la pandemia come scusa per accentrare il potere: questo lo abbiamo già visto nella storia e lo stiamo cominciando a vedere anche adesso”. E Jill Lepore, sempre nell’8a puntata, si esprime col medesimo timore: “Da alcuni studi sulle democrazie, sul loro stato di salute, è emerso un calo nel loro numero totale, e un declino nelle condizioni di quelle rimaste ancora in vita nel corso di questi ultimi 10 anni. Quindi eravamo già in un momento in cui gli storici, gli scienziati politici e gli economisti si stavano interrogando sul fatto che la democrazia potesse resistere in molte parti del mondo e poi è arrivata la pandemia. Quindi è l’opposto della storia precedente ma ritengo che le conseguenze saranno altrettanto grandi”. Contribuirebbe a ciò anche la crescita del divario tra ricchi e poveri, come sottolineato da Jennifer Petriglieri (3a puntata) per la quale “le disuguaglianze del mondo si faranno sempre più importanti nella nostra società. A lungo termine questo porterà un problema enorme che dovremo affrontare”, e d’accordo con lei è anche Andrew Ross Sorkin per il quale la pandemia ha acuito le disuguaglianze sociali e le manifestazioni antirazziali ne sono un riflesso.
Alla medesima maniera alcuni – come Gideon Lichfield e Megan Greene – sono concordi nel prevedere oltre che un maggior protezionismo in economia anche un ridimensionamento del ruolo economico della Cina nel mondo, con sempre meno paesi dipendenti dalle forniture cinesi specie per quanto riguarda USA ed Europa. Anzi Greene nella 4a puntata pensa che “vedremo le aziende incoraggiate a riportare la manifattura negli Stati Uniti, grazie ad esempio, ad incentivi sulle tasse. E quelle aziende che accetteranno di tornare sul suolo americano, probabilmente verranno rifornite da paesi più vicini agli Stati Uniti, penso che lo stesso accadrà all’Europa…”.
Non la pensano così gli ospiti della decima e ultima puntata dedicata proprio alla globalizzazione. “…La globalizzazione non è una cosa che si può spegnere e accendere” – afferma infatti Claudio Descalzi – “in quanto per come è strutturata da un punto di vista degli approvvigionamenti, della supply chain, dell’interconnessione fra industrie, ma non solo su questo, anche nella farmaceutica non c’è nessuno che fa tutto da solo ed è completamente in grado di essere autosufficiente. Quindi non è una cosa che si può spegnere, ma è proprio un sistema connesso dal punto di vista della ricerca scientifica, della digitalizzazione, della capacità di calcolo, della capacità di mettere a fattore comune idee e soluzioni che possono portare a rimedi…”, mentre Giuseppe Soda, Rettore della SDA Bocconi School of Mangement, fa notare come “…la globalizzazione non significa solo le merci. Pensate agli spostamenti delle persone: noi, ad esempio, abbiamo tantissimi studenti internazionali. In questi mesi non abbiamo osservato una riduzione della propensione a muoversi per andare a studiare in altri posti….non mi sembra di percepire che le nuove generazioni siano meno propense a vivere in un mondo senza barriere e senza confini..”. Anche Thomas Pueyo nella 2a puntata fa notare “che non c’è mai stato un momento nella storia dell’uomo in cui il mondo si è concentrato su un problema comune”, proprio come nel caso della pandemia, la quale ha messo in luce la questione del livello di sovranità delle nazioni. Con una visione estremamente globalizzante infatti prevede che in futuro esse perderanno potere a vantaggio sia delle organizzazioni internazionali come l’OMS, sia a vantaggio dei singoli cittadini che grazie ad Internet potranno avere maggior voce in capitolo: “I cittadini non hanno mai avuto alcun potere in tutta la storia, e tutto un tratto ci sono strumenti come internet che permettono di comunicare, di avere un impatto reale sul mondo esterno… Quindi quello che penso accadrà nei prossimi decenni, sarà una diminuzione nella sovranità delle nazioni. In questo modo, i soggetti che appartengono agli altri livelli – sia più alti che più bassi – possono avere più potere. Sarà interessante da analizzare e potrebbe essere positivo per il mondo… Saremo sicuramente più globali. Tutti i problemi e le soluzioni e gli strumenti che usiamo vanno in quella direzione”.

Organizzazione del lavoro. Molti vedono nel futuro prossimo una crescita del ruolo del digitale, dello smartworking e della robotizzazione (come Sabina Nuti, rettrice della Scuola Sant’Anna di Pisa, 2a puntata, Gideon Lichfield, 1a puntata, Giorgio Metta, 5a puntata, Riccardo Sabatini, 4a puntata, ed altri). Carlo Ratti sottolinea nella 1a puntata il ruolo che potrebbe avere la produzione locale in 3d nel riportare le manifatture in Europa: “…un domani ancora abbastanza distante, tutto potrebbe essere prodotto con stampe tridimensionali quasi appunto sotto casa, potremmo scaricare i progetti, i file dell’iphone, e farcelo stampare vicino a casa… E quindi immagino che nei prossimi mesi, proprio vedendo come le catene di distribuzione si stanno fermando a causa del lockdown, andremo sempre più avanti verso questa direzione: la robotica, le stampe tridimensionali, il mondo digitale che ci permette di fare quello che in inglese qua in America si chiama ‘reshoring’, cioè riportare anche in Italia, di riportare in Europa molte delle produzioni che negli ultimi anni erano andate via…”. Carl Benedikt Frey, direttore del Future of Work alla Oxford University, osserva nella 9a puntata che “dover fare ancora più affidamento sui robot a causa del distanziamento fisico e sociale, è diventato necessario per contenere la diffusione del virus, il risultato è che sono i robot negli ospedali a distribuire cibo e medicine e, di conseguenza, vediamo aziende come la Fed-ex investire in servizi di consegna automatizzata e il risultato finale è un’accelerazione nell’adozione delle tecnologie automatizzate nei magazzini che sono stati alcuni dei luoghi più affollati durante questa pandemia. In definitiva, l’automazione sta subendo un’accelerazione a causa del Covid-19, questo però non significa assolutamente che metà dei lavori manuali svanirà nel nulla nel giro di qualche decennio… Senza la tecnologia dell’automazione staremmo tutti molto peggio di come stiamo adesso, ma ci servono delle misure di salvaguardia sociale che aiutino le persone ad adattarsi ed è per questo che ritengo serva, a esempio, un contributo che fornisca un salario minimo, una sorta di cuscinetto per le persone che perdono il lavoro….”. Per l’economista Maria Savona (docente all’Università del Sussex, 5a puntata) “gli effetti dell’automazione o della digitalizzazione sul mercato del lavoro che ad esempio sono per me la fonte prima di disuguaglianza, erano già presenti. C’è stato un effetto polarizzante nel mercato del lavoro già da diversi anni”, e avverte che i lavori artigianali a bassa tecnologia saranno meno pronti a riprendersi rispetto a quelli che fanno uso di maggiori tecnologie digitali: “le imprese ad alta intensità di conoscenza, probabilmente, se la caveranno molto meglio e saranno molto più flessibili, saranno molto più pronte al cambiamento organizzativo e i loro lavoratori di conseguenza… Settori tradizionali in cui, per esempio, lo smart working non è applicabile, sono settori che non saranno pronti e di conseguenza i loro lavoratori ne pagheranno le conseguenze…”. La fondamentale questione delle disuguaglianze sociali, già presenti da molto tempo specie a causa delle continue innovazioni, e accentuate dalla pandemia, viene sottolineata anche nella decima e ultima puntata da tutti gli ospiti. Alessandro Profumo, AD della società Leonardo fa notare che le disuguaglianze sono presenti anche tra gli scolari delle elementari poichè molti bambini non possiedono i dispositivi per la didattica a distanza, mentre Giuseppe Soda sostiene che bisogna cercare di superare la contrapposizione tra continua innovazione e creazione di disuguaglianze. E aggiunge Claudio Descalzi: “Le disuguaglianze sono un fatto fondamentale perché una società che ha aumentato il livello di disuguaglianza, con modelli che non la stanno portando a essere uguale, è una società che non può neanche applicare le nuove tecnologie, l’innovazione, la fantasia, perché quando ci sono problemi esistenziali le persone sono concentrate sul quotidiano mentre noi abbiamo bisogno, proprio nella situazione attuale, di essere concentrati verso il futuro. Quindi io direi che le disuguaglianze devono essere assolutamente curate… Creare uguaglianza e non disuguaglianza è assolutamente fondamentale. Non si può entrare in un contesto di dibattito continuo, di conflittualità continua, perché mentre ci sono conflitti le disuguaglianze crescono. Quindi bisogna occuparsi delle persone, dell’azienda e della società con generosità, interesse e pragmatismo”. In generale, comunque – avverte Alec Ross nella 1a puntata – non vi sarà una ripresa economica uniforme, come credono molte persone, ma in base alla natura e alle dimensioni delle imprese vi saranno andamenti differenti, con le piccole e medie imprese che subiranno le ripercussioni maggiori.

Le città dopo la pandemia. Il maggior peso del digitale avrà sicuramente effetti anche sulle città, specie quelle più grandi. Sempre Carlo Ratti, autore del saggio “Le città di domani”, sottolinea che le metropoli potranno certamente trarre vantaggio dalla micromobilità elettrica. Sia Megan Greene che Giorgio Metta (5a puntata) prevedono che le città man mano che saranno sempre più interconnesse diventeranno sempre meno trafficate e affollate. È ancora più esplicito Simon Kuper (6a puntata) secondo cui grazie allo smartworking molta gente si trasferirà dalle grandi città, dove le piccole case costano molto, come a Parigi (la città in cui vive e in cui durante il lockdown si è sofferto negli spazi ristretti dei piccoli appartamenti), verso località minori con i prezzi delle case più bassi. Anche per Winy Maas, docente di Architectural Design al MIT di Boston, nella 7a puntata, c’è il rischio che la gente abbandoni le città, nonostante non gli paia una buona idea, e ritiene invece opportuno migliorare il design urbano: “Si ridurrà il traffico, sono d’accordo, vorrà dire anche che le case diventeranno più grandi, in modo da rendere migliori in qualche modo la convivenza con gli altri membri della famiglia o con gli altri coinquilini. Si passerà più tempo a casa e in futuro cambieranno le nostre abitudini, questo comporterà un diminuzione forse degli spazi aperti, come si vede già ora a breve termine. Nei Paesi Bassi, è già diminuita la domanda per questi spazi. E va bene, in un certo senso, non sono contrario al riadattamento, perché è un dato di fatto, e ci aiuta a creare una città più sostenibile. Quindi auspico addirittura un cambiamento in questa direzione, quindi sì cambierà il design delle città”. Carl Benedikt Frey nella nona puntata fa osservare che “si verificano molte innovazioni a causa delle interazioni spontanee continue nelle città. Non è un coincidenza che siano particolarmente raggruppate anche le industrie del sapere… quindi prevedo che ci sarà qualche cambiamento nella geografia economica dei lavori, perché alcune persone si sposteranno dalle città per risparmiare sui costi della vita ma penso che l’industria del sapere resterà relativamente centralizzata. Non credo sia ancora il momento della morte delle città”. Helle Soholt, Direttrice dello Studio d’Architettura Gehl, ritiene che “di sicuro quello che emerge in questo momento è che la salute e il benessere saranno alcuni dei parametri di progettazione più importanti nell’immediato futuro… la pandemia cambierà di sicuro il nostro modo di pianificare le città in maniera che salute e benessere diventino un fattore determinante negli anni a venire… possiamo sperare che le persone imparino nuovi modi di spostarsi nelle città, che imparino nuovi modi di vivere le relazioni sociali, prendendosi cura l’uno dell’altro, il che è importante per la capacità di recupero sociale nei quartieri”.
Tornando a Kuper non vede di buon occhio una delle funzioni consentite in questi tempi di pandemia dalle connessioni digitali, ovvero la didattica on line. Secondo lui è meno efficace rispetto a quella tradizionale, di presenza. Tuttavia può rivelarsi utile ad es. nei paesi in via di sviluppo, o anche in quelli sviluppati per chi non può permettersi di spendere per studiare. Nella medesima puntata, anche Amy Edmonson si trova d’accordo con Kuper circa l’importanza della didattica di presenza anche e soprattutto per l’apprendimento delle interrelazioni sociali da parte di bambini e ragazzi: “credo che gran parte dell’educazione riguardi l’apprendimento dell’intelligenza emotiva, imparando come essere individui saggi, consapevoli e responsabili, in mezzo ad altri individui consapevoli e responsabili. Ed è un traguardo difficile da raggiungere attraverso un piccolo schermo… E, purtroppo, gran parte di quella introspezione, di quello sviluppo, di quella maturità deve emergere dalla vicinanza con altre persone”.

Rapporti interpersonali. E a proposito di rapporti interpersonali, e in particolare delle famiglie e delle coppie, Jennifer Petriglieri nella 3a puntata osserva come “le famiglie si ritrovano a sostenere il peso e lo stress di questa crisi, spesso ci sono uno o più lavori, bambini, tutti sotto lo stesso tetto e a breve termine si è vista una polarizzazione. Per alcune coppie il confinamento sta creando problemi. Fine della storia per loro. Per altre coppie il confinamento le porta a stare insieme a vivere la propria intimità, una delle cose da chiedersi è quali siano le differenze tra la via del divorzio e quella del riavvicinamento. Una parte della risposta risiede nelle coppie stesse, se si stanno impegnando a questo riguardo per capire come comportarsi. Ma ovviamente un’altra parte riguarda la società e il sostegno delle famiglie da parte della comunità, delle aziende, dei datori di lavoro per superare questa crisi…”. Non è escluso – se una breve considerazione è concessa a chi scrive – che a partire dalla fine di quest’anno le famiglie in Italia e in molti altri Paesi, più o meno duramente colpiti dalla pandemia, dovranno trovarsi a gestire un’altra “emergenza” ma questa volta positiva: ovvero l’arrivo di molte più “cicogne” che in passato. La storia insegna infatti che durante e subito dopo le epidemie, le coppie in età fertile, come reazione psicologica alla paura, si aggrappano all’idea della vita, e desiderano crearla, anche a prescindere dalla propria situazione economica. Quindi potrebbero arrivare milioni di nuovi nati anche in Italia. Qualcuno nei mesi passati – esternamente alla trasmissione Sky – ha già discusso di questa possibilità, ma la situazione di drammatica emergenza ha finito per spegnere ben presto il dibattito.
A conclusione di ogni puntata, il direttore Giuseppe De Bellis ha posto a tutti gli ospiti un’identica domanda, ovvero come sarà secondo loro il “new normal”, la nuova normalità alla fine di questa pandemia. Se per Paul Berman è un mistero, e per Carlo Ratti (ambedue nella 1a puntata) è “un salto nel futuro”, per molti altri (come Francesco Starace, 5a puntata, Riccardo Sabatini 4a puntata, ecc.) consiste in una nuova consapevolezza che tutti i problemi si dimostrano interconnessi a livello globale e dunque auspicano un maggior senso di appartenenza alla comunità universale e un atteggiamento di solidarietà internazionale per risolvere tutte le crisi, in primo luogo quella ambientale (Cedric Villani 3a puntata, Amy Edmonson 6a puntata, ecc.). Paola Antonelli (5a puntata) aggiunge che il new normal dipenderà dalle generazioni più giovani, quelle che hanno tra i 20 e i 30/35 anni: “dopo il periodo già difficile per trovare lavoro, se riescono a ingranare e ad accendere il fuoco dentro di loro, possono cambiare il mondo. Se non succede ho paura che invece la parte dispotica e retriva della cultura mondiale cerchi di arraffare potere e di decelerare invece di accelerare un processo di responsabilità ambientale, politica e anche emozionale interspecie che è già in corso”. Tim Marshall, giornalista, si dimostra invece in controtendenza affermando che “sono assolutamente certo che, alla fine del lockdown, vi guarderete intorno e scoprirete che il mondo è rimasto quasi lo stesso dell’anno scorso… Non ci sarà una rivoluzione dopo il virus, torneremo più o meno alle nostre vite, ma ci saranno delle minuscole modifiche… I piccoli cambiamenti graduali tendiamo a non notarli ma sono quelli che fanno la differenza secondo me”.
In realtà ciò che probabilmente farà la differenza sarà una maggiore o minore consapevolezza del carattere interconnesso dei tanti problemi del nostro pianeta e del valore delle proprie scelte individuali, anche quelle più banali, come ad es. scegliere dove gettare una mascherina usata.

Nota. Il programma “Idee per il dopo” è andato in onda dal 28 aprile al 30 giugno tutti i martedì sera alle 20,20 su Sky (canale 50 del digitale terrestre). I video di tutte le puntate, e la versione in formato testo degli interventi dei vari ospiti, si possono trovare sul sito ufficiale del canale televisivo, in questa pagina: tg24.sky.it/mondo/approfondimenti/coronavirus-idee-per-il-dopo
L’immagine, puramente rappresentativa, è di pubblico dominio. Autore della sintesi: Ignazio Burgio.
L’articolo è stato inserito il 3 luglio 2020.

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